UN ANTICO AMORE

Una città di provincia italiana, sede di un’antica Università. Inizio estate 1967.
Seduto a un tavolino di un bar del centro, sotto i portici, in compagnia di altri studenti altrettanto oziosi, cerco di riempire un tempo inutile con vuote chiacchiere e banali osservazioni, anziché trascorrere saggiamente utili ore chino sui libri a preparare gli esami dell’imminente sessione estiva.
Casualmente mi cade l’occhio su un giornale abbandonato da chissà chi sul tavolino accanto. Lo afferro e comincio a sfogliarlo distrattamente, isolandomi per qualche momento dalla sequela di parole, risate, ammiccamenti, che si perdono nell’aria di quella tarda mattinata di prima estate.
Finalmente un articolo cattura la mia attenzione. Una giovane scrittrice francese, a me sconosciuta, Albertine Sarrazin è deceduta due giorni prima, a trent’anni non ancora compiuti, in una sala operatoria di una clinica di Montpellier. Non si è più risvegliata dalla narcosi, dopo un intervento di nefrectomia.
L’articolista ne traccia un breve ritratto letterario, un succinto profilo biografico, estremamente intriganti ai miei occhi. Cita i titoli dei suoi romanzi che, dice, hanno riscosso un immediato successo di pubblico, tanto da divenire in brevissimo tempo dei best-seller e da fare dell’autrice un vero e proprio caso letterario. Uno stile nuovo, agile, con espressioni tratte di peso dal linguaggio parlato, un linguaggio popolare intriso di parole dell’argot carcerario mischiate sapientemente con la lingua colta.
Fu la vita turbolenta della scrittrice, la sua originale scrittura fuori dai rigidi schemi codificati dai letterati, o che cos’altro ebbe il potere quel giorno di attrarre prepotentemente la mia attenzione?
Ancor oggi non saprei dire. Ricordo che annotai, su un pezzo di carta rimediato sul momento, il nome della scrittrice e i titoli dei suoi romanzi.
Una quindicina di giorni dopo, o giù di lì, grazie a una gentile amica francese di Lione, mi giungevano i tre romanzi: L’Astragale, La Cavale, La Traversière. Tutti pubblicati dalla casa editrice parigina Jean-Jacques Pauvert.
Poco dopo aver iniziato la lettura de “L’Astragale”, venni a sapere che l’anno prima, nel 1966, era uscita per i tipi di Mondadori, nella prestigiosa collana della Medusa, la traduzione italiana di questo romanzo. Me ne rallegrai, anche perché avevo cominciato ad avere qualche problema nella comprensione del testo, a causa di numerose espressioni di lingua argotica a me sconosciute.
Mi precipito ad acquistare “L’astragalo”. Lo divoro. Lo rileggo: è un piccolo capolavoro, mi dico. Voglio saperne di più sull’Autrice, sulla vita marginale che ha condotto nel breve arco della sua esistenza, sul destino amaro che l’ha portata a una fine precoce.
Leggo, con non poche difficoltà (e per questo, quante lettere e telefonate a Lione!) anche “La Cavale” e, a seguire, “La Traversière”. Non so perché, ma decido, subito dopo aver ultimato la lettura di quest’ultimo romanzo, che voglio tradurlo in italiano. L’ultimo romanzo di uno scrittore non può forse essere sentito come il suo dono estremo al lettore? E poi vi era, ne “La Traversière”, quello struggente flash-back sugli anni tristi dell’infanzia dell’autrice nella casa dei genitori adottivi, quella descrizione così lucida e amara di una bambina che si sentiva fin dalla prima adolescenza una déracinée. Furono queste le sensazioni e le considerazioni di allora che mi indussero a quell’improvvisa, forse un po’ingenua risoluzione?
Non lo so, ma certo, più o meno consapevolmente, percepivo che si era stabilito con la scrittrice un legame non provvisorio, un sentimento d’amore che sembrava unirmi a lei.
Non fu percezione fallace.
L’anno successivo inizio a tradurre “La Traversière”. Più volte, nel corso degli anni a venire,  abbandonerò e riprenderò l’impresa: la ragione risiedeva esclusivamente nelle difficoltà, che mi apparivano talvolta insormontabili, di comprensione certa e profonda di molti passi del testo e nella conseguente inadeguatezza a recarlo in lingua italiana. Due le linee guida che mi ero imposto (e alle quali mai avrei derogato), ma anche le preoccupazioni che mi assillavano: assoluto rispetto dello spirito e, ove possibile, della lettera del testo, per non tradire (per me “tradurre” non era e non è “tradire”!) una scrittrice che in vita aveva dovuto patire fin troppi tradimenti perché ad essi io aggiungessi i miei; traduzione in lingua italiana, in buon italiano intendo, e non in un francese italianizzato, come spesso accade di leggere.
Il fatto era che mancavo degli strumenti indispensabili ad un simile arduo impegno, e, in particolare, di un valido dizionario di argot e della lingua popolare.
Conservo ancora il quaderno scolastico su cui lungamente mi esercitai nell’impari lotta.
Sfogliarlo, oggi, è per me commovente. Le frequenti, numerose correzioni stanno lì a testimoniare di una volontà, forse ingenua, ma certo tenace, di compiere un’impresa a cui mi sentivo chiamato, ma per la quale non mi rendevo conto di non essere ancora del tutto preparato. Impresa che comunque non volevo abbandonare. Che non ho abbandonato.
Trascorsero molti anni, forse troppi. Finalmente ho notizia, e posso quindi dotarmi, degli attrezzi di lavoro adatti.
Riprendo a tradurre, con immutato impegno e scrupolosità, secondo i dettami che mi ero fin dall’inizio imposti, il testo de “La Traversière”.

Marzo 2004. Esce in libreria per i tipi de “La Tartaruga edizioni” di Laura Lepetit (Baldini Castoldi Dalai) la prima edizione italiana de “La Traversière” di Albertine Sarrazin, con il titolo “La via traversa”, a cura di Aldo Giungi.
Finalmente la soddisfazione di poter offrire un piccolo omaggio d’amore alla scrittrice, un doveroso omaggio a chi rischiava un immeritato oblio.
Il pubblico dei lettori in Italia, più che altrove, è una specie rara, si sa. Una specie che meriterebbe di essere adeguatamente  protetta, come si fa con le specie in via di estinzione.
Gli uffici stampa delle case editrici molto spesso, ahimè, lavorano poco e male.
Tenuto conto di tutto ciò, posso affermare che l’accoglienza a “La via traversa” da parte dei lettori non è stata tale da scoraggiare l’editore a pubblicare anche l’unico romanzo di Albertine Sarrazin non ancora tradotto in italiano: “La Cavale”.    
La pubblicazione de “La via traversa”, oltre tutto, ha avuto una certa eco sulla stampa italiana (anche se tutto il merito, per la verità, non va ascritto all’ufficio stampa della Baldini Castoldi Dalai!), attraverso svariate recensioni (tuttoLibri, Gazzetta di Parma, Il Giornale, La Repubblica delle donne, Leggere donna, etc.), fra cui,  per la lucidità dell’analisi e per l’ampiezza del discorso critico, mi piace qui ricordare quella di Angelo Morino su “L’Indice dei libri del mese” di dicembre 2004. Lo stesso Morino, nella sua recensione, si dispiace che “La Cavale” non abbia ancora un’edizione italiana (“purtroppo mai finora tradotto in italiano”, lamenta, riferendosi appunto a questo romanzo).
Vorrei ovviare a questa lacuna, convinto come sono che per una casa editrice dovrebbe essere motivo di orgoglio poter vantare nel proprio catalogo un romanzo di Albertine Sarrazin.   
L’antico amore mai sopito per la scrittrice, rinverdito dalla pubblicazione de “La via traversa”, mi sprona a completare l’opera con la traduzione anche de “La Cavale”.
Mi metto subito al lavoro. Non importa se non ho un editore. Confido di trovarlo una volta terminata l’impresa, anche se non mi nascondo che è forse più agevole trovare un editore disposto a pubblicare le barzellette di Totti che “La Cavale” di Albertine Sarrazin.    

La prima traduzione in italiano de “La Cavale”, col titolo “L’evasione”, da me curata, è stata proposta ad alcune note case editrici italiane.
Sconfortante, ma non proprio imprevedibile, il risultato: silenzio assoluto della maggior parte di esse, garbate lettere di rifiuto di una minoranza, se non altro compìta.
Dolent oculi. Sunt lacrimae rerum.


Marzo 2006

Aldo Giungi